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Femminicidio

Il termine “Femminicidio” è stato utilizzato dalla criminologa Diana Russell nel 1992, identificò nel femmicidio una categoria criminologica vera e propria: una violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna. Il termine è stato ripreso e diffuso da numerosi studi di sociologia,antropologia,criminologia e utilizzato negli appelli internazionali lanciati dalle madri delle ragazze uccise a Ciudad Juàrez, secondo una statistica è considerata la città più pericolosa del mondo, nel  2009 ci sono stati oltre 2500 omicidi. Il Femminicidio non è una bella parola: ma il fatto è infame, e del suo orrore fa parte la rinuncia antica a dargli un nome proprio. Le donne ammazzate perché sono donne, e gli uomini che ammazzano donne, sono altra cosa dal nome generico.
E l´altra cosa non è un´attenuante, ma un´aggravante: non un incidente dell´amore, ma il suo rovescio e la sua profanazione. E anche il suo svelamento, quando amore sia il possesso e la rapina dell´altra persona. Le cifre opposte sono così irrisorie da rendere superfluo il nuovo conio di maschicidio. Uccidere donne – o la “propria” donna – non è un´attenuante, come nel codice fino a ieri, ma un´aggravante.
Si può obiettare che il “femminicidio” destini all´astrazione o all´ideologia le tragedie singolari in cui uomini forzano e uccidono donne, ma a guardarle bene, a riconoscere ogni singola storia, si scopre chi fossero le donne che ne sono state vittime, e ci si accorge che gli autori uomini, i più diversi per età, condizione sociale, provenienza di luogo, in quel punto finiscono per assomigliarsi in un modo umiliante.

Finiscono per essere uccise dai loro compagni o mariti, dai loro ex o da amanti respinti. Sono ragazzine e adulte, italiane e straniere.

downloadQuesto fenomeno è trasversale e sono coinvolti borghesi ricchi e poveri. È stata indotta la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne indetta dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite giunge come un momento di riflessione. Se si leggono i dati che riguardano l’Italia, le cifre sono da brivido: l’esercito delle vittime è composto da sette milioni di donne. Nell’universo femminile una donna su tre, tra i 16 e i 70 anni è stata colpita nella sua vita dell’aggressività di un uomo e nel 63% dei casi, alla violenza hanno assistito i figli. Le più numerose ad essere colpite sono le donne più giovani, quelle tra i 16 e i 24 anni, ma nella quasi totalità dei casi le violenze non sono denunciate: il 96% delle donne non parla con nessuno delle violenze subite. I maggiori responsabili delle aggressioni sono i partner, artefici della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica, mentre tra le violenze in famiglia, i maggiori responsabili risultano gli zii. Nonostante i dati evidenzino una realtà allarmante, che è vera per tutti i paesi europei, questo tipo di crimine resta sommerso. Il 90% delle violenze non viene mai denunciato e il 30% neppure mai confidato, eppure ci sono strumenti come pubblicità, volantini, servizi telefonici  che cercano di sostenere le donne ad intraprendere tale percorso. “Rompiamo il silenzio” è il titolo che il Consiglio d’Europa ha deciso di dare un provvedimento le cui norme vengono estese anche ai casi di violenza domestica, ma che non mostrano la stessa efficacia se il persecutore è l’attuale marito o convivente. Il ministro delle pari opportunità costatato  il numero sempre maggiore di vittime di violenze domestiche vuole inserire nelle prossime discussioni al Parlamento la presentazione di una legge più severa nei confronti di chi commette tale atto, è stato anche attivato un numero rosa 1522 per aiutare coloro che sono incerte a denunciare l’accaduto.  Bisogna far si che questo fenomeno svanisca perché non si può assistere a dei episodi del genere, bisogna poter dire “BASTA ALLA VIOLENZA SULLE DONNE” una volta per sempre.

                                                                      Michela Del Tufo

 

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